- 03 set
Il mantra tra respiro, voce e coraggio di esprimersi.
- Yoga Mantra Studio
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Al Krishnamacharya Yoga Mandiram di Chennai, usare suoni e integrare mantra nelle pratiche yoga è una pratica molto diffusa e dai notevoli benefici.
Nelle classi con i bambini si sente spesso risuonare il canto a Krishnamacharya mentre i piccoli allievi mantengono "precariamente" la posizione dell'albero. Eppure la loro voce non vacilla. Perché se diciamo a un bambino di fare un suono, lui semplicemente lo fa. A gola spiegata.
Purtroppo da grandi entrano in gioco i fattori emotivi. Diciamo a un adulto di fare un suono, o di intonare un mantra e vedremo la mente dispiegare tutti i suoi samskara: "sono stonata, non ho una bella voce, non so cantare, il mio respiro è corto, ecc."
"Quanta gioia e libertà interiore ci perdiamo per via delle nostre gabbie mentali! "
Il suono ci insegna a gestire il respiro
Chiunque cominci a recitare mantra si accorge abbastanza presto di quanto il respiro sia importante.
A volte ci ritroviamo senza fiato.
Oppure il respiro finisce nel punto sbagliato.
Dobbiamo imparare a distribuire l'espirazione per riuscire ad arrivare alla fine della frase.
E proprio per questo il rapporto tra voce e respiro diventa immediatamente percepibile.
Un allievo di Sir Desikachar aveva un'espirazione cortissima, di soli 4 secondi. Gli fu chiesto di pronunciare un suono, namah, allungandolo finché riusciva.
Con grande facilità, la sua espirazione arrivò a dieci secondi.
Quando provava a espirare senza il suono, tornava ai suoi quattro secondi.
È un esempio molto semplice, ma rende evidente qualcosa di importante: il suono può aiutarci ad allungare il respiro, o meglio, a gestirlo in modo da poterlo estendere.
Naturalmente non basta farlo una volta. Come sempre nella pratica dello yoga, l'effetto si approfondisce attraverso la ripetizione e la continuità.
Quando usiamo un suono possiamo accorgerci di quanto riusciamo a gestire l'espirazione, di dove perdiamo il respiro e di quanto voce e respiro siano strettamente collegati.
Il respiro, però, non è sempre uguale. Cambia durante la giornata e in base allo stato d'animo. Si fa corto se abbiamo paura, si spezza se siamo in ansia, è quasi invisibile nel depresso. E' una continua scoperta, una pratica che ci insegna tanto su noi stessi.
Quando la voce diventa visibile
C'è poi un altro aspetto, che a volte sorprende.
Quando usiamo la voce, entriamo in gioco anche noi.
La voce cantata comunica molto più di quanto faccia normalmente la voce parlata. Quando cantiamo, non stiamo soltanto producendo un suono: attraverso la voce esprimiamo qualcosa di noi, del nostro stato emotivo, del nostro mondo interiore.
E allora può succedere qualcosa di particolare.
Una persona può praticare un mantra da sola e sentirsi perfettamente a proprio agio.
Ma cosa succede se qualcuno la ascolta?
Una mia allieva, che durante le lezioni nel centro yoga adorava lavorare con i suoni, mi raccontava di non riuscire a farlo nella sua pratica individuale.
Aveva paura che qualcuno la sentisse.
Non le piaceva la sua voce. Se ne vergognava addirittura.
Il mantra, quindi, anziché un'esperienza di suono e di respiro, era diventato un'esposizione che le creava disagio.
E questo vale ancora di più per un insegnante che deve proporre un suono a una classe.
Alcune insegnanti di yoga che studiano con me da anni mi hanno raccontato che, quando provavano a proporre un mantra al gruppo, si sentivano improvvisamente in imbarazzo. Avevano paura che la voce tremasse, di non essere abbastanza sicure, di non sentirsi a proprio agio.
La domanda allora diventa:
Come mi sento quando qualcuno mi ascolta? E sopratutto come cambiare questo stato?
Il canto a Shiva e la gestione emotiva
Anch'io ho sperimentato spesso l'aspetto emotivo. Ogni mese nel mio gruppo recitiamo lo Sri Rudram, un canto abbastanza lungo, che richiede circa 40 minuti. Ci incontriamo online, per cui ognuno di noi recita una parte del canto, individualmente, quando è il suo turno. Sebbene io conosca questo inno a memoria, quando arrivava il mio turno mi sentivo sempre emozionata. Il mio respiro diventava difficile da gestire.
"Aprire il microfono davanti a cento persone, per un'introversa come me è una bella esposizione"
Un giorno mi sono detta: questo canto è per lord Shiva, non lo recito per me o per farmi ascoltare. E' un'offerta a Shiva. Per cui ho messo l'immagine di Shiva davanti al mio computer e ho recitato la mia parte con uno spirito tutto diverso. E' stata una gioia, ho sperimentato uno stato di presenza, di calma e di essere semplicemente immersa nel mantra.
Competenza e sicurezza non sono la stessa cosa
Con gli anni ho capito che ci sono almeno due aspetti diversi.
Il primo è la competenza.
Conoscere ciò che si sta proponendo, sapere come pronunciare le parole, conoscere la struttura del mantra, sapere come guidare un gruppo e avere familiarità con il suono sono elementi che danno stabilità.
Se non sono sicura di quello che sto proponendo, questa incertezza arriverà inevitabilmente nella mia voce e le persone la sentiranno.
La voce cantata comunica moltissimo. E noi siamo percettori.
Non ci si può nascondere facilmente dietro il canto.
Per questo la competenza è importante: ci sostiene e ci permette di proporre un'esperienza con chiarezza.
Ma competenza e sicurezza emotiva non sono la stessa cosa.
"Posso sapere perfettamente cosa sto facendo e, nello stesso momento, sentirmi comunque bloccata"
Qui entrano in gioco i nostri samskara: quelle tracce, quei condizionamenti che possiamo incontrare nella pratica e che, spesso, dobbiamo smontare un pezzo alla volta.
Il canto ci mette in relazione con noi stessi
Una amica psicologa e insegnante di yoga che studia canto vedico da molti anni mi ha detto una cosa interessante:
"Non sento una particolare difficoltà nel cantare davanti agli altri, forse perché nel mio lavoro sono abituata a esprimere ciò che sento senza nasconderlo". (Daniela F. Roma)
Il gruppo può diventare una risorsa
Per attraversare la componente emotiva dobbiamo applicare una strategia che può comprendere vari aspetti. E naturalmente occorre capire cosa funziona meglio per noi. A volte abbiamo bisogno di fare esperienza insieme ad altre persone.
Cantare con persone con cui sentiamo intesa, accomunate dallo stesso interesse, cambia completamente la situazione.
Non siamo davanti a un pubblico che giudica.
Siamo parte di un gruppo, che nello yoga chiamiamo Sangha.
Un seminario o un gruppo di studio in presenza, per esempio, possono lavorare contemporaneamente su più livelli: migliorare la competenza, imparare qualcosa di nuovo e sperimentare la bellezza della pratica insieme.
Dal timore alla gioia: cambiare il focus
Ci sono persone che, per superare il disagio, preferiscono cantare sottovoce.
Va benissimo, soprattutto in alcuni momenti della giornata o se ad esempio qualcuno sta riposando e non vogliamo svegliarlo.
Ma non dovrebbe diventare un limite.
Perché usare la voce, recitare un mantra a voce alta, lasciar risuonare il canto, ci può dare un senso di libertà e di gioia difficile da descrivere.
È un piccolo spostamento di prospettiva, vicino a quel principio dello yoga che ci invita a coltivare un orientamento differente quando incontriamo un ostacolo: pratipakṣa bhāvana.
Quando il blocco emotivo comincia ad allentarsi, scopriamo che cantare è piacevole, liberatorio e profondamente coinvolgente.
E soprattutto ricordiamo una cosa importante: non ci stiamo esibendo.
Stiamo recitando i Veda.
Nella pratica del canto vedico non stiamo mostrando quanto siamo bravi a cantare, né quanto è bella la nostra voce.
Anzi, il movimento è quasi l'opposto.
"La vibrazione dei Veda ci porta fuori dalla necessità di esibirci, di affermare noi stessi, di nutrire il nostro ego"
Tra competenza tecnica e assaporare il suono
Prendiamo una bellissima parola come śānti, pace.
All'inizio lavoriamo sulla pronuncia, che è abbastanza semplice: la a lunga, il visarga, la t dentale, la consonante composta (nt), le note - svara - che usiamo per cantarla.
Questa è la competenza tecnica.
Ma poi ci soffermiamo sul significato.
Stiamo invocando la pace.
La stiamo chiedendo con tutto il cuore.
E allora il mantra non è più soltanto una sequenza di suoni da pronunciare correttamente. Diventa esperienza diretta. Viviamo dentro di noi quella pace. La sentiamo farsi largo tra i pensieri contrastanti, i samskara, il vento che agita i pensieri.
śāntih
Trovare il mantra giusto: un' episodio divertente
A proposito del mantra śānti, mi viene in mente un episodio divertente.
Avevo dato a un mio allievo indiano il mantra Śānti da recitare sottovoce per aiutarlo a gestire una insonnia ricorrente.
Peccato che la sua ex compagna si chiamasse proprio Shanti.
Mi disse di averci provato una notte ma poi ha pensato :
“Se Indira (la moglie) mi sente sussurrare Shanti nel cuore della notte, rischio la lite"
Per cui anche trovare il mantra giusto è importante. Dobbiamo conoscere, indagare, capire cosa aiuta l'altro.
In sintesi
Respiro, voce e mantra sono in relazione.
Il suono rende il respiro immediatamente percepibile e ci insegna a gestirlo.
La voce ci mette in contatto con una dimensione personale ed emotiva che nella pratica individuale può rimanere nascosta.
Il gruppo può sostenerci nel superare l'imbarazzo e trasformare l'essere ascoltati in un'esperienza condivisa.
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Applicare una strategia, un cambio di focus, può aiutarci a spostare la mente dalla "paura di cantare" alla gioia profonda di recitare i Veda.